lunedì 23 settembre 2013

Corona, Estate 2500 - Casa Mannfield

Lo stampo di quelle cinque dita sulla faccia brucia come fuoco, un'ustione impressa più sul mio orgoglio di adolescente che non sul viso da ragazzina impertinente che ho opposto al rimprovero di mio padre.
Quindici anni sono pochi per andare ad un appuntamento con un ragazzo in minigonna e tacchi vertiginosi, dice lui...

"Questa me la paghi, giuro!"

Gli urlo io, mentre mi infilo in camera e chiudo a chiave la porta, convinta che le mie minacce possano in qualche modo intimorirlo, intenerirlo, o semplicemente ferirlo.
Sfilo la camicetta e la lancio sul letto, con le scarpe che fanno più o meno la stessa fine, rimanendo in gonna, reggiseno e collant, incurante che questi possano smagliarsi qualora si agganciassero a qualche imperfezione del parquet.

Mi lascio cadere sul letto, di schiena. E con la luce spenta, che non mi sono preoccupata di accendere, posso vedere ancora sul soffitto la riproduzione delle costellazioni riprodotta da un gioco di luci a led appositamente installato dietro al controsoffitto. Un regalo di mio padre per i miei sette anni. Un regalo che si ostina a considerare attuale, nonostante gli abbia ripetuto più volte che non bastano più quattro lucine a parete per imbambolarmi.

Accendo la musica e alzo il volume, poi chiudo gli occhi e cerco di immaginare come sarebbe stato il mio appuntamento con Dan se mio padre non avesse rovinato tutto, ma i colpi alla finestra interrompono il mio gioco.

"Jordan? Che ci fai qui?
"Apri Mannfield, qui fuori si gela"

Jordan è una di quelle ragazze che mio padre definisce "cattive amicizie" perchè ama i piercing e i tatuaggi, e va in giro piena di anelli, orecchini e con i jeans strappati sulle ginocchia. A me piace definirla semplicemente "la mia migliore amica"

"Tuo padre dice che sei in punizione e non puoi vedere nessuno. Mi ha detto di ripassare tra due settimane..."
"Fanculo a mio padre, Jo. Ha mandato a monte l'appuntamento"
"Dan?"

Annuisco

"Fregatene... davvero ti eri messa in tiro per farti infilare tre dita di lingua in bocca da quello lì?"
"Perchè no?"
"Perchè tanto i ragazzi non sanno baciare, Mannfield..."
"E tu che ne sai?"
"Lo so e basta"

Jordan ha una capacità tutta sua di tirarmi su il morale. 
E ci riesce sempre. Con la musica che va rimango sdraiata sul letto a guardarla mentre gira una canna di bloom, articolando sulle labbra le parole della canzone, che a quanto pare conosce a memoria. E lei deve essersi accorta di come la guardo, perchè sulle labbra che fisso ha dipinto un sorrisetto sornione, uno dei suoi, mentre di tanto in tanto mi inchioda addosso delle occhiate che, dietro quelle iridi indaco, sono comunque roventi.

"Togliti immediatamente dalla faccia quel broncio, Mannfield"
"Sennò che fai...?"

Se avessi anche solo immaginato a cosa avrebbe portato quella mia provocazione... Non sono ancora riuscita a darmi una risposta, a distanza di anni. Se avessi saputo cosa avrebbe portato quella sfida, cosa avrei fatto? sarei rimasta in silenzio, o l'avrei pronunciata a voce ancora più alta?
L'unica risposta che a distanza di anni sono riuscita a darmi... è che se ancora sogno quegli occhi indaco inchiodati ai miei, e le sue labbra turgide e audaci avvinghiate alle mie forse Jordan non era solo la mia migliore amica.

Dopo quel pomeriggio non l'ho più vista, nè ho più rivisto i suoi occhi indaco... convincendomi fossero unici.
Fino a ieri... quando un altro paio di occhi indaco sono riusciti ad inchiodarmi al muro, facendomi di nuovo sentire come un'adolescente.


giovedì 12 settembre 2013

Doesn't matter the side...




Il suono della chitarra non è pulito. Le corde devono essere vecchie, almeno quanto chi le suona... ma le note escono calde, avvolgenti, anche se un pò distorte. Il sole vermiglio ha appena fatto capolino al di sotto dei cumulonembi, specchiandosi sul mare all'orizzonte, colorandolo di porpora.

E' la voce di quell'uomo, accompagnata dal suono di quelle vecchie corde di chitarra, a tenermi inchiodata lì a guardare il giorno spegnersi attimo dopo attimo. Si fa chiamare Jones... ha il viso di pergamena, scottato dal sole e macchiato dal tempo, ma la voce di un angelo del Purgatorio. Canta ad occhi chiusi, mentre le dita ruvide pizzicano le corde con passione e rabbia. Canta di ieri e come se non ci fosse un domani... della guerra e del fronte... del suo amore che giurò di aspettarlo e del letto vuoto che trovò ad attenderlo al suo ritorno.

Mi avvicino. Lascio cadere alcune monete nella latta con su scritto Jones. Vengo inchiodata sul posto da quella voce graffiante e calda.

"Da dove vieni, bambina?"
"Ha importanza?"
"Smette di averne quando scopri di non avere più nessuno a casa ad aspettarti"

Basta quella frase per convincermi a rimanere.
Ascolto la sua storia... di come sia partito per il fronte forte di una promessa che doveva essere eterna e indissolubile, e di come sia tornato privato di ogni speranza. Nessuno ad attenderlo... nessuno che ricordasse il nome di quella promessa a parte lui... nessuno che lo aiutasse a serbarne memoria.
Ho ascoltato di come l'uomo fosse diventato un'ombra... uno spettro... 

Ho ascoltato la sua storia e ho deciso che non aveva più importanza sapere da dove venisse, dove fosse tornato... o con chi avesse combattuto...



martedì 10 settembre 2013

Picchietto due volte sul bordo del bicchiere, un old fashioned da whiskeys. Ne chiedo ancora.
Mi rendo conto che non è il drink adatto. Le donne ben vestite del Core bevono complessi cocktail colorati e decorati con palchi di frutta sintetica di ogni tipo. Il mio whiskey è sintetico. Il gusto è stato ricostruito in laboratorio, ma qualcuno deve aver commesso un errore, perchè ad ogni sorso mi pare di assaporare lo stesso gusto che ho assaggiato sulle Sue labbra. Eppure quella notte ho bevuto rum.
Sento gli occhi dei camerieri addosso.
Credo sia notte fonda ormai, e suppongo stiano aspettando che io mi stanchi di bere o che cada semplicemente svenuta, così da potermi spazzar fuori dal locale e chiudere.
Non amo essere d'intralcio, perciò saldo il conto ed esco.

[...]

Carpathia Square di notte è quasi deserta. Ho passeggiato lungo la Promenade, fino alla fontana, dove mi ritrovo a tenere compagnia ad una coppia di giovani innamorati che si scambiano effusioni al margine del mio capo visivo. Dubito siano lieti della mia presenza almeno quanto io lo sono per la loro.
La Carpathia mi guada dal mare, dal quale si alza una sottile e caliginosa foschia, effetto dell'umidità, e le luci dei lampioni si spandono in ampie raggere di luce calda.
Il cortex pad trilla, e io per un attimo mi lascio tentare dall'idea di spegnerlo.
Ma il nome del contatto mi convince a non farlo, mentre il gusto del whiskey mi manda in corto circuito il cervello, rimandando vivide immagini di quella notte alla mia memoria. Ed io mi sento improvvisamente in colpa.
Credo che impazzirò.

Sophia, le cose si risolveranno

Paul ci crede ma io fatico ogni giorno di più a crederci altrettanto.
Mi sto abituando al distacco. Questo avrei dovuto rispondere a Paul quando mi ha domandato cosa avessi. Perchè la guerra non si risolverà. La guerra finirà, non risolverà problemi ma ne creerà solo di diversi.
Si porterà via tutto. Lascerà cumuli di macerie e ombre che vi si aggireranno come spettri. Uomini e donne che non torneranno dalle loro famiglie. La guerra si porterà via tutti.
Perchè tutti tornano diversi dalla guerra, dopo aver seminato pezzi di sè lungo l'impervio cammino della sopravvivenza. E allora saremo di nuovo soli.

[...]

Lascio la fontana ai piccioncini e mi incammino verso il porticato, chiedendomi se invece non avesse ragione mio padre. Io, con i tacchi vertiginosi, cosa ne so della guerra?

domenica 8 settembre 2013

Choices

scélta s. f. [der. di scelto, part. pass. di scegliere] 
a. Libero atto di volontà per cui, tra due o più offerte, proposte, possibilità o disponibilità, si manifesta o dichiara di preferirne una 



Una delle cantilene che accompagnano le fasi di crescita di ogni essere umano, è il continuo ripetere che la vita è fatta di scelte. Di momenti in cui si trova ad un bivio e nell'impossibilità di percorrere contemporaneamente entrambe le vie possibili.
Uno dei rassicuranti tormentoni che accompagnano le fasi della crescita di chi nasce in un pianeta del Central, è che la vita è fatta di scelte che i soldi quasi sempre ti permettono di non fare.
Qualcuno, di tanto in tanto, decide di rinunciare a quel privilegio, per poi scoprire all'improvviso che talvolta compiere una scelta è qualcosa di insormontabile.
Ma la vita è anche quella che ti crea l'illusione che un problema o una scelta rimandati, prima o poi si risolvano da soli.


Quello che la vita non fa, purtroppo, è spiegarti COME poter fare quelle stesse scelte che, ti vien detto, presto o tardi ti si presenteranno. 
Nessuno ti dice come affrontare quelle scelte, quando all'improvviso ti svegli una mattina in un letto che non è il tuo, con il profumo della nottata appena trascorsa ancora addosso a strapparti un sorriso trasognato, e un vagone di ricordi e sensazioni lì pronti a mandarti in confusione. All'improvviso ti svegli una mattina in un letto che non è il tuo, e ti rendi conto che nessuno ti ha spiegato come sopravvivere a quelle scelte.
Perchè quando il bivio è tra "giusto e sbagliato" dipende sempre da che prospettiva lo guardi.
Ma quando ti rendi conto che nessuno ti dice come compiere quelle scelte, perchè non esiste un manuale d'istruzioni, è sempre troppo tardi.


Ho aperto gli occhi, stamattina, e per la prima volta dopo Brandon ho sentito il bisogno di accarezzare il cuscino in cerca del suo profumo, trovando al suo posto un biglietto che mi riportava a alla cruda realtà.
Un biglietto che mi ricordava quanto vicino fosse il momento di fare una scelta... una scelta che in realtà abbiamo entrambi già fatto e che, in questa prospettiva, non potrà far altro che farci prendere le due strade opposte di quel bivio.
Ma a volte l'ignoranza è il nostro rifugio, e nascondersi dietro al non voler conoscere ci fa assaporare il gusto di poter trattenere a noi qualcosa che, forse, sappiamo già dovremo perdere.
Ma questa mattina mi sono svegliata in un letto non mio, con il profumo di quell'uomo ancora addosso e con la certezza di volere che ci rimanesse, di non poterne fare a meno. E allo stesso tempo con la consapevolezza di scelte che incombono.
In quel momento ho desiderato con tutta me stessa di poter continuare a non sapere, di non pensare e non farsi domande.



Stamattina ho aperto gli occhi in un letto non mio... e il bivio era lì...

sabato 7 settembre 2013

Do7

[La stanza è illuminata da luci soffuse, silenziosa. Il pianoforte ancora lì, dove si sedeva per le lezioni di piano. Braccio poggiato sul pianale, testa poggiata sul braccio, occhi che guardano i tasti nero e avorio mentre una sola, unica nota viene suonata con cadenza regolare, ritmata: Do7. Finchè il trillo di un cortex pad non interrompe quel loop]

Si, pronto?
Ciao, Fifì. Sono...
Ciao, Pà... sai che odio quando mi chiami Fifì
Una volta ti piaceva
Più di vent'anni fa... Comunque, come stai?
Le notizie che arrivano non sono per niente incoraggianti... ne sai qualcosa?

[Una lunga pausa]

Certo che ne so qualcosa
Allora è vero... Quegli stronzi di Confederati ci faranno fare un'altra guerra?
Pà...
Tanto lo sapevo... Quando partiranno i primi battaglioni?
Papà...
Oh, per cortesia Fifì! Ho fatto questo lavoro prima e per più tempo di te
Quindi sai che non posso parlarne con nessuno... NESSUNO

[Alla pausa segue un colpo di tosse. E' spazientito, lo conosce da anni]

Sei ancora in tempo... e io posso parlare con il Generale Moore, per accelerare...
Cosa? In tempo per cosa?
Sophia... tu non sai nulla della guerra
Ne so quanto te, Pà... che l'hai vissuta attraverso i racconti di chi in guerra c'è stato veramente
Sophia!
Non lo farò, Pà... Non insistere, non intendo chiedere il congedo.
Maledetta te e la tua cocciutaggine, Fifì! Non è un gioco!
Credi che non lo sappia?
Come puoi saperlo...
...se non ho combattuto sui campi di battaglia? Finiscila Pà... dici sempre le stesse cose.

[Ancora silenzi da un capo del telefono]

Ciao Pà

lunedì 2 settembre 2013

La pace degli altri

Costituzione della Repubblica Federale Alleata

Noi, popoli dell'Alleanza, decisi a   
salvare le future generazioni dal flagello della guerra che ha ripetutamente causato indicibili afflizioni all'umanità 
riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell'uomo, nella dignità e nel valore della persona umana   
ad assicurare, mediante l'accettazione di principi legali e l'istituzione di sistemi di sicurezza,  che la forza delle armi non sarà usata, salvo che nell'interesse comune  
a creare le condizioni in cui la giustizia ed il rispetto degli obblighi derivanti dai trattati e dalle altre fonti del Diritto Interplanetario  possano essere mantenuti 
abbiamo risoluto di unire le nostre forze per il raggiungimenti di tali fini.  
In conseguenza i nostri rispettivi Governi, per mezzo dei nostri rappresentanti riuniti e muniti  di pieni poteri riconosciuti in buona e debita forma, hanno concordato la presente Costituzione Universale, base fondante della Repubblica Federale dell'Alleanza

E' provato che, nonostante i fondamenti pacifisti e umanitari che caratterizzano la Costituzione dell'Alleanza, non esiste un'interpretazione oggettiva della stessa. Ciascun pianeta, ciascun Governo, popolo, etnia o individuo sviluppano una tendenza soggettiva e personale di recepire il documento fondante della nostra Repubblica Federale.
Sono principalmente le incidenze socio-economiche, ancor più di quelle politiche, a influire nello sviluppo totalmente individuale di un'opinione di massima. Occupazione, estrazione sociale, tenore di vita, contesto culturale, inclinazione religiosa sono solo alcuni dei fattori che bisogna tenere in considerazione quando si approccia il problema: cosa induce un individuo a disconoscere e negare la propria appartenenza di diritto a quel complesso di leggi ed istituzioni noto come Repubblica Federale dell'Alleanza?

[.....]

La Pace, instaurata con la fine delle ostilità e la nascita dell'Alleanza, smette di essere percepita come un valore universale ugualmente ripartito tra tutti i cittadini e viene relegata in una dimensione puramente personale ed elitaria. Finisce per essere riconosciuta come una condizione privilegiata, appannaggio esclusivo di quei popoli usciti vincitori dalla guerra.

[.....]

Il diritto secondo il quale "le leggi sono scritte dai vincitori" arriva ad essere, per chi la guerra ritiene di averla perduta, motivo sufficiente per disconoscere ogni partecipazione ai benefici che quelle stesse Leggi, seppur imposte, garantiscono.

[.....]

E' la negazione di appartenenza, quindi, dettata da un sostrato sociale, economico e politico ad alimentare un desiderio di rivalsa che conduce, il più delle volte, a riconoscere come migliore una condizione oggettivamente peggiorativa, ma percepita come preferenziale poichè estranea ad un contesto socio-politico assunto come vessante ed oppressivo.

[Estratto dalla tesi di laurea in Psicologia Criminale di Sophia Mannfield]