Lo stampo di quelle cinque dita sulla faccia brucia come fuoco, un'ustione impressa più sul mio orgoglio di adolescente che non sul viso da ragazzina impertinente che ho opposto al rimprovero di mio padre.
Quindici anni sono pochi per andare ad un appuntamento con un ragazzo in minigonna e tacchi vertiginosi, dice lui...
"Questa me la paghi, giuro!"
Gli urlo io, mentre mi infilo in camera e chiudo a chiave la porta, convinta che le mie minacce possano in qualche modo intimorirlo, intenerirlo, o semplicemente ferirlo.
Sfilo la camicetta e la lancio sul letto, con le scarpe che fanno più o meno la stessa fine, rimanendo in gonna, reggiseno e collant, incurante che questi possano smagliarsi qualora si agganciassero a qualche imperfezione del parquet.
Mi lascio cadere sul letto, di schiena. E con la luce spenta, che non mi sono preoccupata di accendere, posso vedere ancora sul soffitto la riproduzione delle costellazioni riprodotta da un gioco di luci a led appositamente installato dietro al controsoffitto. Un regalo di mio padre per i miei sette anni. Un regalo che si ostina a considerare attuale, nonostante gli abbia ripetuto più volte che non bastano più quattro lucine a parete per imbambolarmi.
Accendo la musica e alzo il volume, poi chiudo gli occhi e cerco di immaginare come sarebbe stato il mio appuntamento con Dan se mio padre non avesse rovinato tutto, ma i colpi alla finestra interrompono il mio gioco.
"Jordan? Che ci fai qui?
"Apri Mannfield, qui fuori si gela"
Jordan è una di quelle ragazze che mio padre definisce "cattive amicizie" perchè ama i piercing e i tatuaggi, e va in giro piena di anelli, orecchini e con i jeans strappati sulle ginocchia. A me piace definirla semplicemente "la mia migliore amica"
"Tuo padre dice che sei in punizione e non puoi vedere nessuno. Mi ha detto di ripassare tra due settimane..."
"Fanculo a mio padre, Jo. Ha mandato a monte l'appuntamento"
"Dan?"
Annuisco
"Fregatene... davvero ti eri messa in tiro per farti infilare tre dita di lingua in bocca da quello lì?"
"Perchè no?"
"Perchè tanto i ragazzi non sanno baciare, Mannfield..."
"E tu che ne sai?"
"Lo so e basta"
Jordan ha una capacità tutta sua di tirarmi su il morale.
E ci riesce sempre. Con la musica che va rimango sdraiata sul letto a guardarla mentre gira una canna di bloom, articolando sulle labbra le parole della canzone, che a quanto pare conosce a memoria. E lei deve essersi accorta di come la guardo, perchè sulle labbra che fisso ha dipinto un sorrisetto sornione, uno dei suoi, mentre di tanto in tanto mi inchioda addosso delle occhiate che, dietro quelle iridi indaco, sono comunque roventi.
"Togliti immediatamente dalla faccia quel broncio, Mannfield"
"Sennò che fai...?"
Se avessi anche solo immaginato a cosa avrebbe portato quella mia provocazione... Non sono ancora riuscita a darmi una risposta, a distanza di anni. Se avessi saputo cosa avrebbe portato quella sfida, cosa avrei fatto? sarei rimasta in silenzio, o l'avrei pronunciata a voce ancora più alta?
L'unica risposta che a distanza di anni sono riuscita a darmi... è che se ancora sogno quegli occhi indaco inchiodati ai miei, e le sue labbra turgide e audaci avvinghiate alle mie forse Jordan non era solo la mia migliore amica.
Dopo quel pomeriggio non l'ho più vista, nè ho più rivisto i suoi occhi indaco... convincendomi fossero unici.
Fino a ieri... quando un altro paio di occhi indaco sono riusciti ad inchiodarmi al muro, facendomi di nuovo sentire come un'adolescente.
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